Interviste
Immigrati, democrazia, società moderna: il cantautore
si confessa
Ivano Fossati -
I miei arcangeli senza terra
Le mie canzoni più riuscite? “Treni a vapore”
scritta per la Mannoia e “Una notte in Italia” per me stesso
«Come posso dire come passa il tempo/come posso dire come passa lento”,
cantava nel 1990 in uno dei suoi album-chiave, “Discanto”, Ivano Fossati,
uno dei cantautori più schivi e insofferenti, che ha attraversato la storia
della canzone italiana come un viaggiatore perennemente alla ricerca di nuove
rotte da inseguire... Tra versi e suoni, senza perdere di vista quella vena
sociale e politica che ha sempre ispirato i padri nobili del cantautorato.
Lunedì sera Fossati sarà al Teatro Verdi con il concerto- spettacolo
“L’arcangelo”, già portato in tour quest’estate, dove interpreterà
canzoni nuove, ma anche motivi ormai radicati nella memoria del pubblico, che lo
segue da tempo con immutato affetto.
La stampa ha detto che il suo ultimo Cd
è il più politico di tutti.
«La stampa si sbaglia. Come accade spesso...».
Polemica a parte, chi è l’arcangelo e
che cosa gliel’ha ispirato?
«Gli arcangeli sono i migranti che arrivano nel Nord ricco del
mondo, fuggendo da condizioni di vita invivibili. Sono persone che non siamo
ancora capaci né di accogliere né di aiutare, perché per noi il problema è
stato troppo grande e troppo immediato: non eravamo preparati».
Sempre nel suo Cd, il brano
“Democrazia” affronta il tema della politica. In “Sigonella” un tema
civile. Se dovesse dare un suo parere sul momento che stiamo vivendo cosa
direbbe?
«Che non bisogna mai abbassare la guardia».
In “Il battito”, altra canzone nuova,
la sua polemica si fa più acuta, con un j’accuse sulla superficialità
imperante, sulla smania della sintesi a tutti i costi, che costringe il pensiero
a restringersi e farsi piccolo.
«C’è ancora rimedio a tutto. Basta continuare a parlare
mettendo i verbi al loro posto, difendersi dalla pubblicità, non lasciarsi
troppo convincere dalle idee trendy in circolazione. Credo che le persone
abbiano ancora tutta la possibilità di mantenere la propria cultura a un
livello accettabile».
Nella canzone “Denny”, invece, parla
di un amore omosessuale. Si è ispirato a una storia in particolare per
comporla?
«No, non a una storia particolare. Ma a molte persone che ho
visto in questi anni vivere la loro condizione omosessuale con grande dignità e
molta intelligenza».
Nel libro “Il Volatore”, l’ultimo
che parla di lei, ricco di notizie inedite, aneddoti divertenti e passaggi
commoventi, racconta dei suoi dischi, della sua vita privata, dei suoi pensieri,
come non aveva mai fatto prima. Perché ha deciso di aprire le porte della sua
vita al pubblico, lei che per carattere non è molto incline alle confessioni?
«La chiave trovata dall’autore, Andrea Scanzi, è quella di
un racconto ironico e molto diversificato, dove ci sono momenti di descrizione
della mia carriera, ma anche momenti sinceramente buffi come accade nella vita
vera, nella vita vissuta. Mi è sembrato che questa fosse una chiave
“sopportabile”, considerato che molto spesso i libri sugli artisti, sulla
musica, sui cantautori in particolare, si rivelano noiosi».
Ivano Fossati è visto dall’opinione
pubblica come uno degli eroi di quella speciale riserva indiana che sta
diventando la canzone di qualità. Cosa risponde?
«Non credo che esistano realmente riserve indiane. Penso che
nel tempo si sia molto abbassata la capacità di percepire la musica di qualità
e una distrazione crescente del pubblico, che fa apparire quei musicisti isolati».
La più riuscita delle canzoni che ha
scritto per altri?
«“Treni a vapore”, per Fiorella Mannoia».
E per se stesso?
«Una notte in Italia».
La emoziona di più eseguire i suoi pezzi
oppure ascoltare una sua creazione interpretata da un altro artista?
«A volte sentire interpretare le mie canzoni mi apre a nuove
sensazioni e mi fa capire cose che fino ad allora non avevo messo a fuoco. Però
quando salgo sul palco provo un’emozione più inebriante».
Non crede che nel rapporto tra qualità e
popolarità si sia fatta in questi anni una retromarcia?
«Parlare di retromarcia è dire poco. Penso che non sia più la
qualità che porta alla popolarità. Che oggi molta gente cerchi di arrivare
alla popolarità direttamente, senza curarsi minimamente di offrire la qualità
della propria arte».
Dopo tanta musica e tante parole, sente
di avere ancora voglia di raccontare?
«Avrò voglia di raccontare finché sarò curioso. Finché sarò
capace di osservare, avrò cose da scrivere e, per il momento la curiosità è
intatta».
Qual è il suo rapporto con il mondo?
«Per anni sono stato molto realista, ora è diverso e ho un
atteggiamento più chiaro e più sereno. Naturalmente dipende dagli episodi
della vita, ma anche da ciò che leggo quotidianamente sui giornali».
Il suo sguardo sulla società e la
politica è molto attento ancora oggi?
«Spero di sì. A volte parlando con la gente di diversa età ed
estrazione sociale sembra di avvertire un grido che non arriva dove dovrebbe
arrivare: la gente ha delle necessità che raramente vengono capite».
(Il Tirreno, 15 dicembre 2006)
Canto l’amore gay ma senza
fanfare
Intervista esclusiva a Ivano Fossati.
Una canzone gay nel suo ultimo album: “Smettiamola di chiamarlo amore diverso,
non ne possiamo più! È una canzone d’amore e basta. Tra i vari media gay che
lo hanno contattato, Ivano Fossati ha scelto “Pride” per raccontare
le motivazioni di un brano a tematica gay nel suo ultimo cd, L’arcangelo.
“Denny”,
questo è il titolo della canzone, non parla di trans o dei gay come una
macchietta, ma racconta dell’amore di due uomini che conducono una vita
quotidiana normale, che si alzano al mattino per andare al lavoro.
Il cantautore genovese ha appena intrapreso un lungo tour: le prime tappe
saranno nei club, la parte estiva si svolgerà poi in ville, anfiteatri, teatri
romani e piazze, per concludersi, da autunno fino a dicembre, nei migliori
teatri d’Italia. Innumerevoli saranno quindi le occasioni per andarlo ad
ascoltare.
Prima di tutto complimenti per il tuo ultimo lavoro, L’arcangelo. Chi è
questo arcangelo?
È uno di questi poveri uomini che sbarcano sulle coste degli altri paesi o
arrivano con altri mezzi, si integrano male, e comunque vivono sempre una vita
sul filo, come degli equilibristi. Io in questo caso l’ho chiamato L’Arcangelo
(e nella canzone addirittura Gabriele) perché ho avuto la sensazione che, lo
vogliamo
Nel brano, “Cara democrazia”, affronti il tema politico. A proposito, sei
soddisfatto del risultato delle ultime elezioni?
Soddisfatto no, ovviamente qualsiasi persona di buon senso, al di là
dell’appartenenza, si sarebbe aspettata una scelta netta dell’Italia. Io mi
aspettavo una scelta che andasse un po’ più verso il centro sinistra, in una
maniera serena, di vedere un paese che, comunque, sceglie. D’altro canto
questo fenomeno curioso, strano, un po’ inquietante, che non tocca soltanto
noi, è successo in Germania, e perfino gli Stati Uniti sono perfettamente
divisi a metà. Abbiamo visto il presidente attuale vincere per trecento voti.
Questo crea un interrogativo che va al di là delle nostre frontiere. Non si
capisce se è indecisione, se è incapacità, mancanza di senso critico, se non
siamo più capaci di vedere nemmeno quello che ci succede, cioè i danni che ci
vengono fatti o se addirittura si tratta di una mancanza di reazioni.
In “Denny” affronti il tema di un amore omosessuale…
Innanzi tutto ti dico che prima
di affrontarla ci ho pensato bene. Il solo fatto di affrontare questo argomento
si presta poi ad interpretazioni, anche legittime.Mi sono dedicato a questa
canzone quando ho capito, o mi è parso di capire, di aver trovato qualcosa di
semplice, che forse poteva essere considerato abbastanza solido. Intanto la
canzone non contiene né giudizi, né il loro contrario. A me interessava un
quadro tratteggiato di due persone che lavorano, che fanno una vita normale,
come ne ho viste e conosciute tante.
Mi è parso che la realtà di
molte persone sia questa. Mi è sembrato che la restituzione più importante da
fare a queste persone fosse la normalità, cioè di non chiamare mai più una
canzone così una canzone di contenuto “diverso”.
...Questa stramaledetta cosa della diversità, che ancora oggi siamo costretti a
leggere e sentire, legata a tutto ciò che non è esattamente uguale alla linea
di vita considerata normale dal senso comune e dalla religione.Io volevo fare
una piccola restituzione, perché non mi pare che sia molto di moda. Se ne parla
molto, ma siamo in pochi a essere disposti a restituire qualcosa che è stato
maltolto in centinaia di anni. L’intento di questa piccola canzone, di poche
parole che si ripetono, era che non ci fosse nessuna aria di presunta
“diversità”. Io la sto cantando dal vivo e spendo due parole prima, anche
se addirittura sarebbe tanto bello non dire niente, ma i ragazzi hanno bisogno
di capire (questa volta sto facendo dei concerti proprio per loro) e a volte due
parole servono.Io spiego che: è una canzone d’amore e basta, non
consideratela in nessun altro modo.
Sei stato ispirato da una storia in particolare?
No, sono stato ispirato dalla realtà, da molte persone che ho conosciuto. Dalla
normalità e dalla quotidianità di persone che vivono queste loro storie in
maniera legittima e assolutamente normale. Mi pareva quindi che, persino
musicalmente, questo quadro dovesse essere accompagnato da una musica senza
fanfare, senza invenzioni, posso dire anche molto bella perché non l’ho
scritta io.
Pensi che la coalizione di centro-sinistra riuscirà a mettersi d’accordo
in merito ad unioni civili, PaCS, etc?
Ci vorrebbe la macchina del tempo per poter rispondere. Posso dirti cosa
auspicherei: una visione unitaria che desse corso rapido all’attuazione di
leggi mirate che io, da cittadino, ritengo urgenti e necessarie. Posso augurarlo
alla coalizione e spero che lo facciano.Gli accordi politici sono sempre molto
più complessi di quanto possa sembrare a noi dall’esterno, ma i miracoli a
volte succedono.
Per quanto riguarda le adozioni cosa ne pensi: meglio un bambino in un
istituto o ad una coppia omosessuale?
Credo che le leggi che si possono apportare in questo senso devono avere tutte
le cautele: nel campo delle adozioni è più che mai necessario che ci siano,
quali che siano i destinatari e le persone che desiderano adottare. Sarei
tendente a fidarmi di leggi assolutamente efficaci che prevedano tutte le
cautele possibili al fine dell’adozione.Il nocciolo sta lì, non a chi lo dai,
ma come, le misure che tu attui. Lo dai a persone perbene, fidate, che
effettivamente potranno allevare questo bambino nelle condizioni migliori.
Indipendentemente dall’orientamento sessuale?
Direi di sì, anche se mi rendo conto che abbiamo aspettato a lungo leggi molto
meno complesse di questa e non sono mai arrivate. Se allora mi chiedi se sono
ottimista sull’attuazione di queste normative, ti dico che sinceramente ho
qualche dubbio.
Tu da etero hai affrontato il tema dell’omosessualità senza problemi. In
Italia si verifica molto spesso il contrario, vige l’usanza del “si sa ma
non si dice”. All’estero abbiamo un Elton John che si pacsa con il suo
compagno ed altri artisti che non hanno nessun problema a parlare apertamente
del loro orientamento sessuale. Cosa ne pensi di questo?
È un costume tipicamente nostro, se pensi che la maggior parte degli artisti
italiani non dichiara neppure il proprio orientamento politico, che è cosa
probabilmente molto meno sensibile, non mi stupisco del fatto che ancora oggi,
in maniera anacronistica, ci sia questa reticenza. Se guardo la realtà degli
altri paesi esteri, effettivamente tutto diventa, torno a dire “normale” e
quotidiano. A volte siamo noi gli artefici dell’anormalità delle cose. Tutto
sarebbe molto più semplice e meno problematico affrontandolo piuttosto che
lasciandolo nell’ombra.
Che rapporto hai con la religione?
Più di studio che di fede, sono molto interessato alla storia delle religioni,
al plurale. Certo non sono definibile un uomo di fede.
Cosa ne pensi delle “invasioni di campo” che fa la chiesa cattolica nella
politica?
Sono molti anni che dico e scrivo che noi siamo l’unico paese al mondo che
ha due governi. Questo non succede da nessun’altra parte, ogni volta che si
passano le frontiere si sente l’ingerenza della chiesa praticamente svanire,
però noi italiani siamo talmente assuefatti a questo che ci pare addirittura
normale, ma sinceramente è più normale l’atmosfera di altri paesi europei.
Hai composto canzoni emblematiche per la comunità gay, da “Pensiero
stupendo” di Patty Pravo a “Dedicato” di Loredana Bertè, poi hai scritto
per Mia Martini, Ornella Vanoni, Mina, Anna Oxa, Fiorella Mannoia.. Non ti senti
un po’ un icona gay anche tu?
Ah ah ah (ride). Ma, non lo so, comunque non mi
dispiace. In Italia, soprattutto in certi anni, è stato molto più facile
scrivere per queste interpreti femminili. Io mi sono trovato a fare il mio
mestiere in questo modo. Scrivendo per loro era necessario mettere in scena
qualche cosa che fosse un po’ anche il loro mondo: io mi
Ci
hai regalato una bellissima canzone, vuoi aggiungere qualcosa per i nostri
lettori?
Di solito quando si scrivono cose così si ha sempre (ed io lo avuto) il timore
di sbagliare, di nutrire il sospetto che si tocchino certi argomenti per
convenienza. Questa è la cosa peggiore di fronte alla quale un artista si può
trovare. Ricordo che Fabrizio De Andrè mi diceva sempre che avendo senso
di responsabilità non si sbaglia. Però, aggiungeva, questo senso di
responsabilità uno ce l’ha quando governa un paese (si spera) oppure quando
fa cose importanti; quando invece noi scriviamo le canzoni sembra che stiamo
facendo una cosa piccola. Invece le altre persone ci ascoltano, specialmente i
ragazzi che hanno molti anni meno di noi, quindi ogni parola, ogni pensiero,
ogni aggettivo deve essere molto ponderato. È per questo che le poche parole
scritte in “Denny” per me sono già molte, e sono state il
risultato di una forte responsabilità.
Francesco Belais
(Pride, Giugno 2006)
Io, un Arcangelo «Volatore»
Una «biografia» ufficiale in
uscita domani per Giunti («Il Volatore»), il nuovo tour - nei club - che
partirà il 24 aprile al Mamamia di Senigallia, preludio al tour estivo nelle
arene e a quello autunnale nei teatri. Ivano Fossati non era mai stato
così disposto a mostrarsi. «La decisione di suonare nei club, dopo 20 anni di
teatro, dipende dalle sonorità de L'arcangelo. Non avrei certo potuto farlo con
"Macramè"».
Se lo è spiegato questo
riavvicinamento al «rock»?
«No, e onestamente non me lo voglio spiegare. Me lo chiedono in tanti e lo
capisco, ma preferisco pensare che sia un istinto e non un progetto».
Riprenderà dal vivo brani trascurati?
«Sarà uno degli aspetti più
belli del tour. Mi andrò a riprendere tutte quelle canzoni più energiche, più
ruvide. Penso a "Ventilazione", "Chi guarda Genova",
"Traslocando", "La crisi"».
Ovviamente non riprenderà né «Jesahel» né «La mia banda suona il rock».
«Ovviamente».
«L'arcangelo» è stato il
suo primo disco solista a raggiungere il primo posto in classifica.
«Ne sono stato felice, e non perché dia particolare importanza alla
classifica. "L'Arcangelo" mi pareva avere fin dall'inizio qualcosa di
speciale e il suo primo posto mi ha fatto pensare che forse era così anche per
il pubblico».
Di recente, Ligabue ha detto: «Se una canzone di Fossati non arriva,
probabilmente lui non la vive come un fallimento. Io sì: significa che ho
sbagliato qualcosa». Aggiungendo di non usare congiuntivi per farsi capire da
tutti, mentre Fossati è già contento di scrivere per na élite.
«Sinceramente non so che idea abbia di me
Ligabue, ma io non scrivo per una élite. Io scrivo come so scrivere,
esattamente come fa lui. Solo che abbiamo una sonorità comunicativa diversa. La
linea di Luciano Ligabue è molto precisa, mi fa pensare che quando scrive una
canzone si indirizza perfettamente al suo pubblico e si dà legittimamente il
compito di "arrivare". Io scrivo le cose che sento di dover scrivere,
senza pormi il problema che arrivino a 100 o 1000 persone, ed è probabilmente
questa la grande differenza tra me e lui. Ma neanche a me piace sbagliare. Il
mio obiettivo non è quello di non farmi capire, però al tempo stesso non
rinuncio al mio modo di scrivere. Non faccio un compromesso con l'ascoltatore,
meno che mai con il mercato».
Lei è molto lodato dalla
critica e qua e là sbertucciato: musone, incostante, criptico, freddo.
«In quasi quarant'anni di carriera ho
ricevuto critiche pertinenti e no. Mi dispiace di essere stato a volte
incostante, purtroppo il mio carattere mi porta ad avere entusiasmi fortissimi
che durano un tempo determinato. Però devo anche aggiungere che il successo
puro, quello commerciale, si costruisce cercando di reiterarsi. Ecco: se c'è
una cosa che non ho mai fatto, è stato somigliare a me stesso per più di una
volta. E di questo sono felice. Rifarei ogni mio disco».
Perché il desiderio di raccontarsi in un libro?
«Difficile da scoprire. Non
ignoro che, per la prima volta, ho accettato di parlare anche del mio privato.
In un libro, pur di 300 pagine come questo, la vita intera di una persona non ci
sta, non può starci. Mi è però sembrato che fosse l'occasione buona per
precisare cose che altrove erano state dette male. E mi piaceva raccontare
angoli nuovi, anche quelli "leggeri", l'aneddotica più divertente. Le
pubblicazioni passate su di me, quasi mai autorizzate, erano tutte seriose, ma
io non sono così serioso. Questo libro mi rispecchia, perché c'è la mia
carriera, il mio impegno, il mio privato, ma anche quel lato giocoso del mio
carattere che finora era stato rigorosamente censurato".
Comunque è un racconto parziale, conto di vivere altri 120 anni».
Lei non ama la tv, ma la scorsa
settimana è stato a «Zelig». Cos'è, un improvviso disgelo?
«Assolutamente no. Sono andato a Zelig solo
perché la caricatura che faceva di me Sergio Conforti (il vero nome di Rocco
Tanica, NdR) era molto carina. Mi sono divertito a fare il
"deficiente" con loro. La mia fortuna è che non devo difendere
nessuna immagine televisiva, per questo - qualche rara volta – posso andarci.
La tv non mi è mai stata utile, non mi piace e non le devo niente. Ormai ci
vado come si va a cena da un amico».
L'ha visto «Il Caimano»?
«L'ho visto, e mi ha
profondamente impaurito quel finale cupo. Ero in un cinema di provincia e la
cappa di paura è calata su tutti. Significa che Moretti è riuscito nel suo
intento. Quel finale inaspettato porta con sé una visione dolorosissima, l'idea
che l'Italia sia irrimediabilmente in ritardo. E' la vendetta dell'artista nei
confronti della lentezza di pensiero del suo paese».
Nelle pagine de «Il volatore»
riprende un'immagine di Giorgio Gaber: «Sono di sinistra, non della sinistra».
Con quale animo andrà alle prossime elezioni?
«Lo vivo come un momento cruciale, senza cupezza, senza pensare che potrebbe
rivincere l'attuale coalizione di governo. Il 9 aprile sarò a 400 chilometri da
casa, ma tornerò per votare, tornerei anche se fossi lontano 4mila chilometri.
Credo che adesso la cosa più importante sia partecipare. Le riflessioni e le
congetture le farò dal 10 aprile in poi».
Andrea Scanzi
(La Stampa, 4 aprile 2006)
Il cantautore in vetta alla hit parade con «L'arcangelo»:
credo negli sberleffi anche se qualche volta mi hanno creato crisi d'identità
Fossati: a «Zelig» con il mio sosia
«Sono un bersaglio dei comici? Accetto la sfida, andrò in tv»
E passi la prima volta, tanto è uno scherzo... Ma poi la seconda e adesso anche la terza... no, vedrai che se non l'ha già fatto, stasera
s'incacchia di sicuro. E invece... «Arrabbiato io? Macché, mi sono molto divertito. Anzi, credo che presto andrò a Zelig per suonare qualche
canzone con il mio sosia». Pronostico sovvertito, quindi: Ivano Fossati
ride di gusto al ricordo dell'imitazione che, da un paio di settimane, Rocco Tanica (al secolo Sergio Conforti, tastierista di
Elio e le Storie Tese ) fa di lui nello spettacolo condotto da Claudio Bisio e Vanessa
Incontrada.
E dire che tutto era cominciato quasi per gioco, uno di quelli che si fanno a cena, dopo l'ennesimo concerto, per stemperare la routine
del «cantar leggero», con uno dei migliori strumentisti italiani che fa il verso al musicista di culto, scaraventato in cima alla hit
parade dal successo del suo ultimo cd (come è capitato appunto a Fossati con «L'arcangelo»). Nessuno, però, avrebbe mai immaginato che quell'imitazione
sarebbe divenuta uno degli appuntamenti più attesi di Zelig e tantomeno che il primo a sorriderne sarebbe stato proprio l'autore di «Una notte in
Italia» (il brano più bersagliato da Rocco Tanica).
«Dobbiamo essere grati ai comici perché ci tengono incollati a terra. Lo sberleffo è la puntura
di spillo che sgonfia irrimediabilmente il pallone aerostatico della nostra vanità. Basta scansare la trappola della volgarità, che è l'arma
dei brocchi, poi tutto è lecito - sostiene Fossati -. Io ho avuto la fortuna d'essere preso di mira da un grande tastierista che, per
divertimento, mette l'accento sui miei vezzi musicali. Ma il calco «perfetto», se ne esiste uno, è forse quello modellato da
Neri Marcorè: quando l'ho visto per la prima volta, ho dovuto fronteggiare seri problemi
d'identità. Lo guardavo e pensavo: cavolo, ma quello sono io...».
Ci sarà un motivo per cui, negli ultimi tempi, i cantautori sono finiti nel mirino
degli imitatori: oggi tocca a Ivano Fossati, ma in passato è stato il turno di
Antonello Venditti (con Corrado Guzzanti) e Francesco Guccini (con Maurizio Crozza). Possibile
che gli antichi sacerdoti dell'impegno musicale vengano improvvisamente buttati giù dall'altare e sbertucciati
come canzonettari dell'ultima ora?
«In quelle imitazioni ho sempre scorto affetto e non acredine. Dunque, non ne parlerei
così. Diciamo che per decenni i cantautori sono stati considerati degli oracoli cui spettava il
compito d'interpretare la realtà. Ogni canzone doveva contenere necessariamente un messaggio, di quelli con tre «m», altrimenti venivi
messo al bando. Alla fine, credo che molti di noi volessero togliersi dalle spalle un mantello tanto pesante e i comici ci hanno dato una mano».
Ma non si rischia poi di cadere nell'effetto opposto, riducendo tutto a macchietta?
«Se un'imitazione intacca la credibilità di qualcuno, vuol dire che siamo messi male per davvero. Io faccio il mio lavoro seriamente
e, allo stesso tempo, cerco sempre di non prendermi troppo sul serio. Ci sono autori come
Gaber, Brel e Brassens che sono stati capaci di raccontare perfino il dolore con un tocco d'ironia. Ma penso anche ad
alcune canzoni di Paolo Conte, dove gli aspetti buffi dell'esistenza si
mescolano alle piccole tragedie quotidiane. Insomma, guai ad aver paura della satira, che spesso rappresenta la cifra del sentimento popolare: i
politici farebbero bene a ricordarsene, evitando ogni forma di censura».
Fossati scansa lo snobismo di chi, per darsi lustro anche sul fronte della
comicità, pesca nomi d' essai per colmare l'album degli attori preferiti o la sequenza dei film che ti hanno cambiato la vita.
«In tv mi piace Zelig, perché dentro ci trovi di tutto e questa varietà di toni regala un senso
di libertà che molti programmi non hanno. Se devo indicare un attore, penso subito a
Carlo Verdone. Ha il grande merito di aver portato avanti la tradizione della commedia all'italiana senza scadere mai nella
volgarità che, purtroppo, impera nel nostro cinema comico. Inoltre, sebbene non lo conosca, mi sembra una persona perbene, qualità sempre più
rara di questi tempi... Tra i film che ho amato di più, invece, metterei
Hollywood Party di Blake Edwards, con uno straordinario Peter
Sellers, e Frankenstein Junior di Mel Brooks, che avrò visto decine di volte: ancora
oggi, se li guardo, rido fino alle lacrime. Come mi capita quando siamo in tournée e, prima di entrare in scena, improvvisiamo versioni irripetibili
di «Una notte in Italia» o de «La costruzione di un amore». Roba che
neppure il più liberale dei direttore di rete avrebbe il coraggio di mandare in onda...».
E giù una risata, l'ennesima. Che ti contagia come una bella canzone.
Enzo d'Errico
(Corriere della Sera, 17 febbraio 2006)
Per Fossati la sovraesposizione è controproducende
Con alle spalle una lunga carriera che conta più di 35 anni di attività in qualità di autore, interprete e produttore, Ivano Fossati è una voce
autorevole da ascoltare non solo per parlare di questioni artistiche, ma anche per qualche riflessione sul mercato attuale della musica. Oltre
infatti ad aver pubblicato 23 album come cantautore (l'ultimo dei quali, 'L'Arcangelo' uscito il 3 febbraio), ha collaborato con un gran numero di
illustri colleghi, scrivendo brani per Fabrizio De André, Mina, Mia Martini, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tantissimi altri. Oggi è
uno degli artisti italiani più amati da pubblico e critica e i suoi dischi riscuotono sempre buoni riscontri di vendita, nonostante appaia poco in TV
e si avvalga solitamente di una promozione piuttosto 'discreta'. Il segreto sta, secondo quanto dice, nella fiducia che ha da sempre posto ad
una promozione più sotterranea, fatta soprattutto del passa parola fra la gente, delle emozioni suscitate attraverso il live, dell'attenzione della
critica specializzata.
"Sarò forse ingenuo - ci ha dichiarato, - ma sono convinto che anche per un giovane emergente questo tipo di promozione
possa funzionare, a patto che ci sia davvero in quello che fa qualcosa di qualità. Io credo che la qualità alla fine non possa che emergere, come
del resto ha capito bene l'industria libraria, che vive soprattutto del passa parola fra la gente". Allora forse sarebbe bene che tanti giovani
emergenti e tanti operatori indipendenti la smettessero di lamentarsi continuamente della mancanza di spazi promozionali per chi è al di fuori
del mainstrem, per rimboccarsi piuttosto le maniche e ricercare davvero la qualità con la Q maiuscola.
Dunque è stata sua la scelta di limitare sin dai suoi esordi gli sforzi a livello promozionale?
Sì, è colpa mia. In effetti i miei promoters e le stesse case discografiche con cui ho collaborato avrebbero puntato di più
su questa voce, ma io ho sempre posto dei freni. Principalmente per una questione caratteriale, ma anche per la profonda convinzione che
quando una cosa ha davvero valore riesce ad imporsi anche senza un sostegno massiccio.
In oltre tre decenni di una carriera così variegata in campo musicale, lei ha vissuto in prima linea i profondi mutamenti che il mercato musicale ha
subito. Come vede la situazione della musica oggi, in un momento in cui i dischi si vendono sempre meno, le utilizzazioni digitali (web e
telefonino) sono in crescita e la musica dal vivo sembra tornare ad avere un ruolo particolarmente importante?
In effetti stiamo vivendo un momento particolarmente delicato, che non definirei critico, ma piuttosto di
passaggio. È vero che si vendono sempre meno dischi, ma è altrettanto vero che la musica circola moltissimo. Probabilmente è un problema di supporti
che oggi risultano obsoleti. Bisognerà che tutti gli operatori, a livello globale, si fermino a riflettere su questo. Si stanno aprendo nuovi modi
di fruizione della musica che bisogna capire come utilizzare. Per quanto riguarda il web sono assolutamente favorevole alla
distribuzione di musica digitale, purché risulti regolamentata a livello globale. E' vero che per
certi versi i nuovi mezzi di fruizione rendono l'ascolto meno sacrale, più veloce, ma è difficile dare oggi una valutazione serena di quello che sta
accadendo proprio perché siamo in un momento di profonde trasformazioni.
La musica dal vivo mi pare che funzioni. Del resto la mia generazione è cresciuta guardando al disco come al centro della fruizione musicale, ma
non dobbiamo dimenticare che la musica nasce dal vivo, viene creata dagli strumenti innanzitutto, poi il disco, lo spartito, ecc., vengono dopo.
Ebbene mi pare che oggi la musica si stia riappropriando di questo ruolo centrale.
Restando in tema di live, il suo pubblico è molto legato alle sue
esibizioni dal vivo e lei stesso ha da sempre posto molta attenzione a
questo settore, eppure raramente sono usciti supporti video dei suoi
concerti. Come mai?
E' vero, lo ammetto. Del resto anche il mio primo CD live è arrivato dopo molti anni di carriera. Ho sempre pensato che fissare
su un supporto un momento come l'esibizione dal vivo risultasse riduttivo. Però in effetti oggi mi rendo conto che è anche un modo per lasciare una
traccia di quell'emozione e in effetti non escludo in futuro di aprirmi anche a questa possibilità. Del resto la strumentazione che esiste
attualmente può davvero garantire una grande qualità a questi supporti, e dunque non ho particolari resistenze a sopperire a questa mancanza.
Come autore la sua attività si è diversificata attraverso collaborazioni con il teatro, con il cinema e con moltissimi colleghi. Come cambia di
volta in volta il lavoro di autore a seconda della destinazione finale del proprio lavoro?
Il segreto per diversificare il nostro lavoro secondo me sta nel divertirsi. Io ho vissuto come una grande opportunità di
divertimento il fatto di poter talvolta scrivere per il teatro o per il cinema, vale a dire per situazioni che richiedono modalità di scrittura
estremamente differenti da quelle delle canzoni. E' stato un arricchimento.
Una curiosità: l'album più bello e quello più brutto che ha scritto...
Difficile dirlo. Il più bello non saprei proprio. Posso solo dare un'indicazione in base ai riscontri di critica che ho avuto. In questo
senso mi pare di poter citare 'Discanto' o 'Lindbergh'. Più facile è citare il più brutto, anche se devo pensarci un attimo.
Probabilmente 'Good bye Indiana', del 1975, che è stato un esperimento un po' particolare che oggi non mi convince del tutto.
(Simona Lamonaca, Musica e Dischi, Febbraio 2006)
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Parla il cantautore genovese che
riceve il premio Librex Montale
"Ho la sensazione di far parte di una riserva indiana"
"Diamo un senso alle parole"
Pensando alle sue canzoni si avverte lo sforzo costante di
"Lo sento ma non come un pericolo" risponde. "Il mercato va in tutt'altra direzione. In
effetti a volte ho la sensazione di essere un po' solo, già a partire
dalla mia casa discografica che nel mio caso non mi sembra sappia bene quello
che pubblica, ma in questo tempo è molto comprensibile, insomma per me è
un forte dato di fatto più che un pericolo". Nel frattempo
arriva un importante riconoscimento, nel nome di Eugenio Montale (il
premio Librex-Montale che Fossati ritirerà questa sera al teatro Nazionale di
Milano).
Non la imbarazzano i
premi?
"Sì, ma ogni tanto capita che ci siano cose serie. Mi è successo di recente con Amnesty, e questi
signori del premio Montale hanno scritto una motivazione così precisa e
benevolente che mi ha rincuorato, mi hanno dato la sensazione di aver letto bene
il lavoro degli ultimi vent'anni, che questo tempo non sia stato
buttato".
Cosa stava facendo? L'hanno
stanata nel mezzo di un periodo di riposo?
"Dall'inizio dell'anno sono stato quasi sempre in giro: Cuba, Francia.
Per curiosare. Inizio adesso a
scrivere e a maggio entrerò in studio per un disco che uscirà a fine anno o
più verosimilmente all'inizio del prossimo".
A sentirla parlare sembra che
tutto sommato nella riserva indiana si trovi perfettamente a suo agio. È così?
"Bisogna fare i conti con le proprie scelte, io la mia l'ho fatta
vent'anni fa, nel 1984, con l'album Ventilazione. Le possibili
conseguenze le avevo già previste: essere un po' più soli, più fuori dal
mercato. Ma quello che m'interessava era vedere se nella canzone, in
questo bel contenitore di quattro minuti, ci potesse stare qualcos'altro, non
dico di meglio, perché io sono innamorato delle canzoni tradizionali, ho
una venerazione per gli autori degli anni Sessanta, quelli che sapevano
scrivere le vere canzoni di intrattenimento, è solo che io poi ho scelto una
strada diversa".
Rimpiange la leggerezza degli anni Sessanta?
"Alcune canzoni di allora suonano oggi molto più belle e importanti di
quello che ci apparivano
allora".
Per esempio?
"Mah, io ho una sconfinata ammirazione per autori come Bardotti
e Endrigo che erano riusciti a tenere una
linea perfetta di intrattenimento, ovvero canzoni che potevano anche
andare a Sanremo però contenendo qualcosa di distorto, di bello, di obliquo,
con delle forti intuizioni".
Quando scriveva per altri era
la conseguenza di questa fascinazione?
"Ma certamente, io allora pensavo di
voler fare l'autore di canzoni".
La più riuscita delle canzoni che ha fatto per altri?
"Non sta a me dirlo, spesso citano Pensiero stupendo, o anche
canzoni che io chiamo canzoni-gioco come Non
sono una signora, ma anche recentemente ho scritto una cosa del genere
per Adriano Celentano, intitolata Io sono un uomo libero, che era
di nuovo una canzone-gioco, c'era anche un contenuto, ma soprattutto un
tipo di enigmistica dentro assolutamente più giocosa che in altri
casi".
Non crede che nel rapporto tra qualità e popolarità si sia un po' tornati
indietro, che la canzone dominante sia oggetto di forte regressione?
"È così, ma è una regola di ogni
tempo. È una battuta certo, ma mi viene da dire che spesso le classifiche
bisogna leggerle rovesciando il foglio, e molto spesso su quel fondo si può
trovare qualcosa di qualitativamente più alto, ma è un dato normale, la
qualità bisogna cercarla".
Il problema è che c'è stata un'ubriacatura collettiva per cui per molti anni le canzoni dei cantautori
erano anche quelle che stavano ai primi posti delle
classifiche.
"Verissimo, soprattutto nel nostro paese, è un fenomeno durato una trentina
d'anni, poi però il mercato con la M maiuscola è tornato a essere
quello che deve, ma va bene così, ognuno di noi si è scavato una linea sua,
uno spazio".
Dopo tutti questi anni di lavoro, sente che la sua maturazione personale
corrisponda a quella di cantautore?
"Abbastanza. Se devo essere sincero mi sembra che la maturazione
personale, che mi auguro ci sia stata, si sia riflessa sui temi che ho scelto
di scrivere e cantare. Oggi per esempio ho un'attenzione fortissima per
ogni parola che scrivo perché ne sento la responsabilità, ma è lo stesso
tipo di responsabilità che una persona adulta deve avere anche quando
parla, tutti noi cerchiamo di non dire sciocchezze né tantomeno di
scriverle".
E non è difficile oggi che le parole sembrano immerse in una nebulosa
confusione di significati?
"Io ci sto attento, certo, sento intorno a me questa confusione nell'uso delle
parole, ma non credo che la scelta giusta sia quella di arroccarsi. Credo
che nella confusione linguistica ci si debba mettere le mani,
sporcarsele, prendere tutto quello che sta intorno, anche quello che non ci
piace".
È quello che ha fatto col
suo ultimo disco?
"Sì, era la voglia di utilizzare i modi gergali che utilizzano tutti,
per vedere quello che c'è dietro,
magari rovesciandoli, ma usandoli, per evitare di trovarsi veramente
soli in cima alla montagna, dove nessuno ti comprende più".
Ha già una sensazione su quello che sarà il suo prossimo disco?
"La sto cercando, e in parte l'ho trovata, anche perché ci sto
pensando da qualche mese. Penso ai viaggi
che sto facendo. Ogni volta che ci si muove per il mondo inconsapevolmente
ci si porta dietro delle cose, sono certo che quelle che sto raccogliendo
in giro finiranno nelle canzoni, come sempre".
Forse saranno canzoni nomadi,
di movimento?
"Credo di sì, anzi, le dirò, lo spero".
(Gino Castaldo, La Repubblica, 14 marzo 2005)
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Il
Brasile `invisibile` di Fossati
Colloquio con il musicista che ha tradotto alcuni classici brasiliani e
contribuito alla loro diffusione in Italia
A differenza di certi suoi colleghi più modaioli e opportunisti, Ivano
Fossati non è solito fare dichiarazioni di amore sviscerato nei confronti
del Brasile e della sua musica. Più che con le parole, ha preferito contribuire
fattivamente ad ampliare la conoscenza di alcuni `classici` della musica
popolare brasiliana quali `O que serà` di Chico Buarque, `Sina`
di Djavan, `Aguas de março` di Tom Jobim, canzoni di cui
ha curato la traduzione e che hanno in seguito acquistato una certa popolarità
anche nel nostro Paese.
La musica di Fossati tuttavia non contiene elementi che riconducano
immediatamente al Brasile. Eppure in modo sfumato, quasi sottotraccia, si ha
l`impressione che un pizzico di brasilianità sia presente in alcuni dei suoi
brani, pudicamente nascosta in certe atmosfere più che esibita o esplicitamente
citata. E sono i testi più che la stessa musica a contenere suggestioni
lusitane piuttosto che brasiliane.
Come se queste
contaminazioni fossero state mediate, filtrate, distillate ma, comunque,
presenti.
Ovvio che un colloquio con lui non possa che iniziare chiedendogli conto del suo
`invisibile` interesse per la musica sudamericana e brasiliana in generale.
Un interesse che sembra esistere quasi a sua insaputa...
«Fin da quand`ero ragazzo, negli anni Sessanta, sono stato curiosamente diviso,
esattamente a metà, fra l`ascolto del beat e del rock inglese, Beatles
in testa, e di musicisti come Sergio Mendez, Jobim e più tardi, ancora
di più, Chico Buarque. Ancora oggi non riesco a spiegarmelo,
perché se in quegli anni la musica del Brasile circolava in Italia
effettivamente molto più di adesso, anche allora i ragazzi che avevano la mia
età erano molto attenti al versante anglosassone. Forse meno di oggi, ma
insomma la tendenza era quella: la musica brasiliana era già allora seguita da
una minoranza di persone».
Nel suo caso come è nata questa attenzione per la musica brasiliana?
«Non saprei rispondere. Avevo sedici anni ed era abbastanza curioso che
acquistassi tutti i dischi di Sergio Mendes, e ancora più curioso che
oltre a quella passione non rinunciavo alla musica anglosassone. Sono quindi
cresciuto su un doppio binario e ciò ha lasciato una traccia profonda nelle
canzoni che ho scritto successivamente».
Riesce a
ricondurla a un episodio specifico? E qual è l`autore brasiliano che l`ha
colpita di più?
«Credo
sia stato l`ascolto delle canzoni di Chico Buarque tradotte in italiano
all`età di cui parlavo prima. A quei tempi Chico era in Italia e registrò
alcuni dischi contenenti bellissime canzoni come `Pedro Pedreiro` e molte altre,
tradotte bene da Sergio Bardotti, che mi colpirono. Credo sia stata
quella la scintilla, non ne sono così sicuro ma credo di sì.
Un`altra cosa di cui ricordo mi innamorai moltissimo, anche se più
avanti, negli anni Settanta, furono le canzoni di Vinicius de Moraes con Toquinho.
Loro hanno scritto canzoni meravigliose, di un grande valore anche letterario
oltre che musicale, e penso potrebbero essere queste le scintille che hanno
acceso la mia passione. Ma forse c`è stato anche dell`altro...».
Si ha comunque l`impressione che il Brasile, per quanto sullo sfondo, sia stato
sempre presente nella sua musica. Ho trovato un vecchio brano intitolato «Favole
di mare» che nella sua infanzia musicale lei scrisse insieme a Oscar
Prudente:
Per quanto bene vi possa fare
Fermarmi un poco nel tuo porto a riposare
Per quanto dolce soffi il vento verso te
Ma quante navi e quante vele inseguirò per ogni favola di mare che non so
Con quel poco che già so, prima di arrivare al Brasile mi perderò
Però mi vedi, non si presenta così un uomo che intende finire i suoi giorni
qui
Per quanto giusto il tuo parlare
Per quanto dolci le tue mani le scambierò con poche favole di mare che non
so
Con quel poco che già so, prima di arrivare al Brasile mi perderò
Però mi vedi, non si presenta così un uomo che intende finire i suoi giorni
qui
Forse vaglierò, sento il mio tempo più lontano e lo perderò
Con quel poco che già so prima di arrivare
Il Brasile in questo caso non riecheggia soltanto nell`atmosfera del brano, ma
emerge espressamente nel testo. Una citazione soltanto incidentale?
«No,
affatto. Una cosa che forse va detta è che una delle persone che mi ha fatto
conoscere meglio il Brasile, attorno ai vent`anni ma anche prima, è stato Oscar
Prudente. Ricordo che scrissi una serie di canzoni insieme a lui che era ed
è tuttora un grandissimo appassionato di musica brasiliana.
Un altro ritratto del musicista
Non solo: in quegli anni lui tornava da un lungo periodo durante il
quale aveva girato per il Brasile dove credo si fosse fermato per qualche tempo.
E quindi era diverso... diverso è comperare dischi di artisti che ti piacciono
dall`avere accanto a te un amico che per lungo tempo è stato in una terra
lontana che può raccontare con le sue parole, con la sua musica. Ricordo che
con la chitarra mi faceva esempi di armonie... dunque si è trattato di una cosa
molto più potente, molto più immediata, e questo potrebbe essere il terzo
motivo del mio innamoramento per la musica brasiliana».
Colpisce nei suoi brani la presenza preminente del mare, soprattutto in quelli
più giovanili. Un mare che divide, che separa, ma che porta anche verso terre
lontane come l`Argentina, «Panama e dintorni», il Sudamerica, insomma.
Che cosa rappresenta per lei questo continente: un mito giovanile della sua
generazione, un elemento poetico, o altro ancora?
«Per buona parte un mito giovanile. Curiosamente mi riallaccio a quello che ho
detto all`inizio: mentre gran parte dei giovani di allora e di oggi sogna
soprattutto l`America intesa come Stati Uniti, e comunque la cultura e il mondo
anglosassone per moltissimi di loro sono il sogno, il mito più grande, un`altra
parte forse meno cospicua di ragazzi sogna altri mondi. Per me era molto più
affascinante l`America latina, il Brasile in particolare. Ma voglio augurarmi
che l`America latina in generale e questa visione del mare sia meno banale di
quella che si può pensare o che si usa nelle canzoni: ho sempre visto il mare
come una via, come una strada percorribile, come il modo per lasciare un punto e
avvicinarsi a un altro punto lontanissimo. Fin da ragazzo pensavo alla curiosità
di cosa si trovasse dall`altra parte del mare, ma in senso lato, in senso
metaforico, poetico... Insomma: non era soltanto il benedetto viaggio materiale
che l`uomo può compiere a interessarmi, ma quello più ampio, più misterioso
che a volte è possibile anche senza muoversi da casa».
Lei ha tradotto e
contribuito alla conoscenza in Italia di alcuni importanti brani di musica
brasiliana, come «O che serà» di Chico Buarque. Può parlarci
dei motivi che l`hanno condotta a questa canzone e proprio a questa, piuttosto
che ad altre?
«Si tratta di una canzone meravigliosa che fino a una quindicina di anni
fa aveva in Italia una serie di traduzioni non all`altezza del testo originale.
Ricordo che avevo fatto una ricerca tramite la Società degli autori e ho avuto
per le mani le varie traduzioni che erano state effettuate. Confrontandole con
il testo originale, meraviglioso, pensai che forse quella canzone avrebbe
meritato una traduzione più letterale, più vicina, aderente al testo. E
ricordo che prima di farla incontrai Chico Buarque e lo avvisai della mia
intenzione perchè mi sembrava corretto. Poi provai a fare questa traduzione
cercando di rimanere il più vicino possibile al suo testo originario, pur
consapevole che non si possa rendere fino in fondo la profondità e la bellezza
di un testo perchè le lingue differenti pongono sempre queste difficoltà. Però
di certo questo brano smise in Italia di essere una canzonetta leggera, cosa che
non era, e finalmente riacquistò almeno gran parte del suo peso».
Ci sono scrittori
brasiliani che legge o ha letto volentieri?
«Ho letto con grandissimo entusiasmo soprattutto Jorge Amado.
Credo che quando tanti anni fa incontrai `Donna Flor e i suoi due mariti` mi
sembrò che mi si aprisse una finestra nuova. Conoscevo poco la letteratura
latinoamericana, e quando lessi Amado capii che c`era un altro modo di
scrivere e anche un altro modo di pensare la vita. Cosa che mi fu confermata
dalla lettura di altri scrittori. La scrittura dei latinoamericani, dei
brasiliani in particolare, non è soltanto un modello letterario: è davvero
filosofia di vita, o meglio visione della vita totalmente differente da quella
europea, totalmente differente da quella anglosassone. E quindi fu per me una
grandissima scoperta».
In un recente suo
articolo pubblicato dal «Corriere della sera» sul rapporto tra musica e
poesia, lei ha scritto: «Fra Antonio Carlos Jobim e Eugenio Montale
faccio poca differenza». Potrebbe spiegarci meglio questa affermazione?
«Mi riferivo semplicemente all`altezza dei due. Siamo viziati dal
preconcetto secondo cui Montale, che è un poeta meraviglioso e
inarrivabile, sia un poeta accademico, per cui ne abbiamo una percezione alta già
di per sè. Mentre di un musicista, per quanto grande possa essere, normalmente
non abbiamo la stessa percezione. Il mio pensiero in quell`articolo mirava a
scardinare la visione accademica dell`uno e dell`altro e a riuscire ad
appaiarli, ad accomunarli anche se si tratta di due grandissimi artisti per
certi versi molto lontani. Perchè ritengo che la produzione poetica di Jobim
attraverso la sua musica non sia per nulla inferiore, in modo assoluto, alla
meraviglia monumentale prodotta da un poeta come Montale. Certo, capisco
che sia provocatoria questa affermazione, ma credo che dovremmo educarci un poco
di più a scardinare questa visione accademica delle cose e a utilizzare di più
il nostro senso critico. Sinceramente ho tanto amore e tanta gratitudine per Montale
quanta ne ho per Jobim».
Nello stesso
articolo lei cita anche le canzoni di Vinicius de Moraes affermando che
«la meraviglia di quelle composizioni era ed è tuttora che suonavano così
semplici, qualche volta come adorabili canzonette piene di buonsenso e di
bellezza». Intende dire che per comporre brani che lasciano il segno non è
necessario avere come riferimento la paludata canzone d`autore, nei confronti
della quale lei è peraltro critico?
«Sì, è abbastanza corretto. Direi che più vado avanti, più cerco di
imparare il mio mestiere e più mi rendo conto che la semplicità è
l`architettura più difficile da mettere in piedi. Le canzoni che restano, i
pensieri che restano, quelli che davvero finiscono dentro il cuore della gente,
molto spesso sono semplici. E per questo motivo io divento sempre di più un
ammiratore di quegli artisti, di quei compositori, di quegli autori che hanno
saputo dire cose a volte meravigliose e profonde con semplicità sia sul piano
letterario che sul piano musicale. De Moraes pur essendo un poeta, un
uomo colto, scrisse canzoni che sarebbero state comprensibili anche dall`ultimo
uomo della strada, con significati profondi, ma assolutamente comprensibili da
chiunque. E allora è proprio quella, forse, la vera grandezza».
Nel 1998 lei ha
collaborato con Ivan Lins trascorrendo una settimana in stretto contatto
con lui, a Capri. Ricordo che all`epoca lei ha dichiarato che prima di fare
questa scelta vi siete entrambi studiati a lungo. Che cosa, in particolare, l`ha
colpita di questo musicista?
«Mi ha incuriosito perchè io conoscevo bene i suoi dischi, tutti i
dischi precedenti a quell`esperienza ed ero un ammiratore di Ivan da
anni: mi piacevano le sue canzoni perché è un musicista formidabile. Più
avanti, assolutamente per caso, venni a conoscenza del fatto che lui in Brasile
era un mio ammiratore. E un giorno, durante una tournée europea, lui si trovava
in Svizzera per un concerto e trovò modo di farmi arrivare un messaggio. A quel
punto scoprimmo entrambi che questa ammirazione era reciproca seppure vissuta a
così grande distanza e senza che io fossi andato a fare tournée in Brasile.
Era insomma abbastanza curioso che io conoscessi lui così da lontano e che lui
conoscesse me...».
In seguito avete
scoperto di avere altre cose in comune, come un figlio con lo stesso nome.
«Sì, ci fu una serie di coincidenze belle, felici, che ci fanno
sorridere quando ogni tanto ci sentiamo. Ci sono anche tutte queste vicinanze,
ma la cosa fondamentale era unicamente che ci piacevamo. Poi, quando ci siamo
incontrati, ci siamo accorti di essere molto simili: pigri nello stesso modo e
ci siamo trovati bene, tanto che abbiamo scritto insieme qualcosa come dieci o
dodici canzoni, e dopo un bel po` di anni ne abbiamo pubblicata soltanto una.
Basterebbe questo per dire il grado di pigrizia di entrambi».
Si riferisce a «Nada
sem voce»...
«Esattamente... che ha pubblicato lui».
E le altre? C`è
parecchia gente molto curiosa di poter ascoltare queste canzoni.
«Credo che col tempo verranno fuori... adesso ogni volta che comincio a
scrivere un album nuovo penso sempre di utilizzare qualche cosa di quel periodo,
e ci sono secondo me canzoni belle molto ben riuscite. E poi lui fa lo stesso.
Io credo che poco alla volta, centellinando, prima o poi...».
Ma ci sono motivi
specifici per cui finora non sono emerse?
«Assolutamente no, perchè potrebbe venire da pensare a problemi
tecnici, problemi editoriali... no, assolutamente niente, ed è proprio questo
che mi piace e che mi affascina, perchè ogni tanto ci sentiamo, ci parliamo, ma
quelle canzoni... addirittura ogni tanto non riusciamo neppure a riconoscerle
quando parliamo da lontano: `Ma sai quella canzone quella che comincia con
quelle note...`. `Ah, sì, quella la dobbiamo riprendere!». No, è veramente un
meraviglioso caso di pigrizia che si sovrappone, la sua alla mia, per cui le
cose vanno così. Ma mi piace molto, mi affascina, non vorrei che andasse in un
modo diverso. Credo che piano piano alcune di queste canzoni che hanno
bellissimi temi musicali di Lins le utilizzeremo».
Ci sono
attualmente musicisti brasiliani che la incuriosiscono, con i quali sarebbe
interessato a collaborare o magari a scambiare reciproche esperienze, o soltanto
a fare quattro chiacchiere?
«Magari quattro chiacchiere, sì. Non so se il tempo delle
collaborazioni mi... affascina ancora».
Intende dire che
questo periodo si è esaurito?
«Penso di sì... però ci sono compositori notevolissimi come Guinga,
per esempio, che è un uomo che mi colpisce sempre per il suo modo curioso e
spiazzante di affrontare l`armonia. Poi altri meno conosciuti... il Brasile è
una miniera infinita, inesauribile di talenti musicali e per essere veri
conoscitori della musica brasiliana bisognerebbe potersi dedicare soltanto a
quella. Credo si farebbero scoperte meravigliose. Credo sarebbe molto bello
dedicarsi profondamente alla ricerca di talenti, anche di quegli artisti che non
arrivano qui da noi. Purtroppo viviamo in un Paese tristemente refrattario alle
culture diverse, ed è stato comunque sempre refrattario alla musica brasiliana».
Un Paese
anglocentrico...
«Anglocentrico, sì... e una cosa che mi intristrisce molto è che qui
da noi ha preso piede negli anni una specie di caricatura della musica
brasiliana. Questa musica è una delle più complete, delle più complesse e
anche delle più colte: basti pensare all`esperienza della bossa nova, che
insieme alla rivoluzione del rock e del beat è stata l`altra grande rivoluzione
musicale, ovvero la rivoluzione del mondo latino. Io dico spesso che do tanta
importanza alla rivoluzione operata dai Beatles quanto a quella prodotta
da Jobim con la bossa nova. Però purtroppo qui da noi la percezione del
Brasile è un po` caricaturale, e questo mi intistrisce molto perchè invece
parliamo di un patrimonio musicale prezioso che la gente qui non ha mai avuto
modo di capire fino in fondo. Perchè non è mai stato importato con la dovuta
cura, con la dovuta letteratura. La comprensione della musica dovrebbe essere
supportata da una letteratura che aiuti a comprenderla. E questo mi dispiace
davvero tanto, perchè così siamo un po` più poveri, ci siamo fatti mancare
qualcosa di importante».
E` ancora interessato a comporre sola musica strumentale, o considera chiuso
questo progetto?
«Assolutamente
sì. E` aperto, e io mi sono dato per quei progetti musicali, strettamente
musicali, tempi larghissimi, ovvero addirittura dei non tempi. Quindi non ho
l`assillo i produrre album entro certi limiti temporali. Però è una cosa che
spero di poter fare ancora e che vorrei portare avanti attarverso dischi a sé
stanti oppure attraverso il cinema. Quando capita, insomma, però è una delle
parti del mio mestiere tra virgolette che mi piacciono di più».
Sta già pensando a un nuovo disco?
«Quando si fa un mestiere come il mio è chiaro che bisogna costantemente
pensare a che cosa si farà, a che cosa si suonerà e a che cosa si canterà,
quindi è ovvio che anche in quei momenti in cui io ritengo di riposarmi, in
realtà sto pensando a che colore avrà il mio prossimo lavoro, di che cosa
parlerà. Quindi, sì... effettivamente lo sto già facendo... non ho idea di
quando sarà pronto... penso che lo sarà per l`anno prossimo, però sto
effettivamente cominciando a pensarci. Vorrei infine aggiungere che sono
contento di essere stato interpellato sulla musica del Brasile, perché mi
capita di rado, e invece trovo sia molto interessante parlarne».
Fabio Germinarlo
(musibrasil.net, 8 luglio 2004)
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POESIA E MUSICA: DUE AMICHE CHE AMANO SPIARSI
di Ivano
Fossati
dal
Corriere della sera (12 febbraio 2004)
Va
assai di moda interrogarsi sul rapporto fra musica e poesia. Chiarisco subito
che per musica intendo in questo caso quella leggera, magari non leggerissima,
ma che va generalmente sotto la sciagurata definizione di canzone d’autore.
Chi fa il mio mestiere è abitualmente invitato, in ogni luogo d’Italia, con
ogni tempo, in ogni stagione e contesto, e con ogni pretesto, davanti a piccoli
e grandi uditori più o meno
vivaci, a tentare di sciogliere lo scuro nodo che pure si va facendo classico: se la canzone sia o non sia da considerarsi almeno
parente della poesia, in qualche modo o a tutti gli effetti. Mah!
Con i dovuti discernimenti, le ipocrisie, le discriminazioni d’uso, e
considerati pesi e proporzioni fra gli autori, non ultimo le vendite, a qualche
conclusione si può tentare di arrivare. Il mondo della musica quasi-leggera è
ad alta tiratura, ad altissima esposizione e notevole rischio.
Quello che amiamo dei poeti di oggi e dei loro lettori, dei loro affezionati
librai, è l’oggettiva clandestinità, il gusto d’ombra e di silenzio, lo
scambio segreto. C’è poco da ridere. Siamo relegati a un’idea decadente,
sgangherata e soprattutto vaga di poesia. Specie per quanto riguarda il
Novecento e ancor di più per il contemporaneo stretto. A scuola abbiamo
affrontato (costretti e afflitti) e maldigerito anni interminabili di poesia
monumentale, squadrata, rimata e assonante, anzi assordante nel suo incedere
trionfale. Quanto bene sarebbe stato, mi dico oggi, consumare occhi e memoria su
altri poeti. Rinunciare ai pomeriggi di sole rosso invernale per qualche Dino
Campana in più. Avessero saputo dirci già allora di Caproni e poi
di Pasolini in friulano, di qualche rumore futurista. Ci avessero parlato
di musica insomma. Avessero saputo cantarci meglio all’orecchio il Falsetto di
Montale, oggi del concetto di musicalità ne sapremmo tutti un po’ di più.
Così non sarei costretto a guardare negli occhi questi ragazzi che mi fanno
domande preconfezionate e non
aspettano la risposta. Certo, in qualche caso si può accendere un guizzo di
attenzione, sempre che la risposta di cui sopra furbescamente tocchi o almeno
sfiori qualche eroe del rock multinazionale, o qualche canzone da classifica.
Sono questi i piccoli sotterfugi di chi non vuole rischiare di parlare a file di
seggiole vuote.
Ho sempre sostenuto che poesia, quella vera e alta, e musica-canzone sono
espressione di «mestieri» diversi. Quando mi sono innamorato di uno scritto
poetico ci ho sempre trovato la sua musica dentro, già bella e pronta.
Partiture complesse, delicate e soprattutto consapevoli. La musicalità, gli
uomini ce l’hanno o non ce l’hanno, è innata,
nessuno la insegna e nessuno la vende. Certi grandi poeti l’avevano,
altri oggi la possiedono in misura pari ai musicisti. Io fra Antonio Carlos
Jobim e Eugenio Montale faccio poca differenza, fra Sibelius e Pasolini
preferisco il secondo, fra l’intera «scuola di Vienna» e Bertolt Brecht
comprendo meglio lui. Sono percezioni personali, nulla su cui costruire teoremi
stabili. Ma una volta accettato che autori di canzoni e poeti fanno un diverso
mestiere è lecito chiedersi se almeno qualche volta si prendano sottobraccio
per qualche passo insieme, se si guardino da lontano o se passino il tempo
almeno a spiarsi, a studiarsi un po’, vicendevolmente. Su questo punto si
registrano le maggiori reticenze. L’autore di canzoni non confessa volentieri
di nutrirsi di poesia (sarebbe come ammettere
di temere una ricorrente povertà di spunti, che necessita di qualche iniezione
di idee, almeno di tanto in tanto). I poeti, giovani o meno, non so cosa pensino
di noi musicanti, e per lo più non ce lo fanno sapere, se non in segreto,
all’orecchio, con qualche lettera privata. Per posta insomma.
Ho imparato a conoscere Vinicius De Moraes perché scriveva
canzoni (e che canzoni!) insieme a Toquinho, nel Brasile degli anni
Settanta. La meraviglia di quelle composizioni era, ed è tutt’ora, che
suonavano così semplici, qualche volta come adorabili «canzonette» piene di
buonsenso e di bellezza. Dio lo benedica, perché si sporcava le mani e
anche i piedi con questa materia.
Va pure ricordato che giovani e giovanissimi poeti, veri o sedicenti, si
avvicinano agli autori di canzoni nella speranza di vedere musicato (e quindi
pubblicato) un frammento della loro ispirazione, almeno una volta. Siamo nel
tempo delle scorciatoie, dei grandi fratelli, gli scrittori vanno mestamente
alla televisione con la copertina dell’ultimo libro fra le mani e tutto è
lecito per accendere la scintilla di un momento. Al dopo ci si pensa dopo.
Appunto.
Quindi rare simpatie e ancora più rare collaborazioni fra musica e poesia. A
meno che per collaborazione non si intenda lo spupazzarsi un poeta in odore di
Nobel davanti alle telecamere della tivù, ché se si arriva primi si lascia una
bella traccia, e per chi scrive canzoni è sempre un buon investimento.
È che i linguaggi cambiano e accelerano sempre di più. La materia di cui
parliamo così volentieri e
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Fossati: "Libri, dipinti e
viaggi, così nascono le mie canzoni"
Intervista di Renato Tortarolo
da Il Secolo XIX (21 febbraio 2004)
Un sentimento di felicità, di
serena accettazione della vita, ispira il nuovo spettacolo di Ivano Fossati,
che sarà il 27 febbraio al Carlo Felice. Uno show essenzialmente acustico, dove
la purezza del suono esalta le parole, e dove altri suoni nascono per opera di
curiosi e buffi marchingegni.
Fossati, perché ha scelto una
dimensione più acustica?
Non è una novità in assoluto, però fa cambiare le abitudini, il modo stesso
di tenere in mano gli strumenti o di creare gli arrangiamenti. E questa sarebbe
già una nota di freschezza, Ma non è solo questo. Ci sono elementi di felicità
in questo tour rispetto a qualsiasi altro del passato: è una coincidenza bella
e fortunata che ci avvolge da qualche tempo.
Lei sembra più sereno.
Credo che non ci sia nulla al mondo che
faccia meglio dei cambiamenti. E il pubblico percepisce una energia diversa, per
qualche verso nuova.
La leggerezza è un valore importante?
No, la stiamo mitizzando e può diventare persino pericolosa, perché leggerezza
è un termine ampio che può comprendere
tutto: dal voler affrontare la vita con un leggero distacco sino all'imbecillità
totale. Nel mio caso, non si tratta di leggerezza ma di un modo diverso di
camminare attraverso le mie esperienze.
Perché oggi si scopre la letteratura, l'arte e poi si fanno canzoni?
Ho sempre pensato che l'ispirazione potesse venire da un libro, dalla
passione per la pittura oppure di ritorno da un viaggio. Un grande baule, uno
scrigno da aprire ogni tanto per attingervi a piene mani. Ma prima devi
riempirlo.
E lei lo ha fatto?
Sì, ero certo che vivere intensamente, imparare il più possibile mi avrebbe
aiutato a scrivere. Ora non so se questo sia diventato un fenomeno, ma per me è
sempre stato così e ho sempre immaginato gli artisti che amavo fare la stessa
cosa.
Era vero?
Penso di sì. Credo che siano
persone che prima vivono le cose, e viverle significa anche leggere molto,
parlare con altri, viaggiare, avere degli interessi vivi, e dopo si scrive.
Mi fa un esempio?
Paolo Conte: sono convinto che tutto quello che fa sia frutto
di una cultura di vita, cioè di quello che ha vissuto giorno per giorno. Cito
lui per fare un esempio, ma ce ne sono mille altri in ogni parte del mondo.
Una volta lei ha immaginato una linea che parte dalla Liguria e
risale, per volti e caratteri, sino alla Lusitania. E' ancora così?
Sì, è tutto come prima, ma il
percorso è più confuso, tortuoso. Oggi siamo colpiti da contrapposizioni
sociali e religiose, in un Paese neppure sfiorato per anni da queste cose.
Pensavamo che il mondo tutto sommato somigliasse al nostro. In realtà, chi ha
tracciato queste linee per il mondo, chi ha viaggiato in senso intellettuale e
politico, chi ha compiuto veri e propri viaggi dell'anima ha sempre incontrato
questi intrecci, i conflitti sociali, ha sempre conosciuto i conflitti
religiosi; ha sempre conosciuto una realtà che semplicemente oggi comincia a
varcare le nostre porte, ma è nota da secoli.
Perché la musica, oggi, torna a
prevalere sulla parola?
Perché negli ultimi trent'anni
la parola ha avuto davvero il predominio, e il caso italiano dei cantautori è
stato emblematico a livello europeo. Io credo che oggi i ragazzi si scontrino
con una minore capacità di trovare i contenuti. I più giovani riscoprono che
si può scrivere una canzone deducendola dalle letture, che per noi è sempre
stato normale. E l'altro binario
dell'espressione, cioè la musica, prende il sopravvento come negli anni '30 e
'40 in America.
L'epoca di Duke Ellington,
e cosa succedeva?
La musica era complessa e
bellissima, basti pensare alle grandi orchestre. Ma le parole erano un
esilissimo supporto perché un cantante potesse dire cose semplici e
carezzevoli. Anche divertenti, ma senza grande spessore.
A lei piace?
Ho sempre amato una sorta di
equilibrio: gli artisti che possono raccontare cose interessanti e profonde, ma
con una grande attenzione alla musica.
Da cantautore, lei ha
sperimentato molto. Lo fa ancora?
Io mi lascio trascinare, è come
se fossi legato alla coda di un grosso pesce, alla balena di Pinocchio. Non
faccio progetti. A volte mi sento portato per un'espressione più melodica, com'è
stato "Lampo Viaggiatore", oppure un po' più complessa.
Lei evita sempre di raccontare
la storia recente. Ma nello show c'è una canzone di forte attualità?
Sì, è "Pane e
coraggio", sugli immigrati. L'ho scelta per aprire il concerto perché
è il momento in cui sono più vicino al pubblico. Siamo faccia a faccia, ed è
un tema che conosciamo bene, sul quale riflettere.
Si può essere artisti sensibili
e persone amorali?
Sì, è una grande
contraddizione, ma conosciamo storie di artisti molto diversi nella vita reale
da quello che hanno rappresentato nella vita sognata o scritta. Ho imparato che
dove c'è un sipario ci sono due verità: una davanti, l'altra dietro. Raramente
gli artisti sono simili a ciò che scrivono.
E il pubblico? Può commuoversi
e poi essere intollerante o razzista?
Certo, un film può far piangere
la gente per una storia commovente, ma questo non la rende più buona. Ci si commuove
per una canzone o un libro, ed è come se per una manciata di minuti si potesse
pensare di essere
L'ultimo bel libro che ha letto?
Una biografia su Mozart,
il musicista che ha avuto le migliori biografie in assoluto, spesso molto
divertenti. In questo libro c'è un pensiero di Mozart che mi piace: la felicità
non è altro che l'idea che se ne ha. E' uno dei pensieri belli che ho
incontrato ultimamente.
Tony Renis vuole riportare la
canzone al centro del Festival: gli crede?
Come progetto è ottimo. Per
anni e anni, le canzoni sono state solo un piccolo pretesto per montare una
macchina pubblicitaria e spettacolare. Se questa tendenza venisse invertita,
sarebbe già un bel merito.
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UNA
BATTAGLIA IMPORTANTE di
Francesco Belais
Incontro con Ivano Fossati, in tournée acustica nei teatri italiani. Il suo
impegno personale contro il costo troppo alto dei concerti. E il sostegno al
Kiss2PaCS.
da Gay.it
(12 febbraio 2004)
La musica è troppo cara, i
concerti sono spesso disertati dai più giovani che non hanno la possibilità di
sostenere grosse spese. Ivano Fossati, uno dei miti della canzone
d'autore ha imposto che nei teatri dove si esibisce i prezzi non vadano oltre un
certo limite (25/30 €) e che ci sia un sufficiente numero di posti per i
biglietti meno costosi (10 €), senza togliere niente alla qualità dello
spettacolo. Ha accettato volentieri d'incontrarsi con gay.it, ecco cosa ci ha
raccontato.
Ciao Ivano, conosci gay.it, l'hai mai visitato?
Ne ho sentito parlare, ma non l'ho mai visitato, ci andrò per leggere
quest'intervista!
Anche tu sei in giro con un tour acustico nei teatri, come mai così tanti
artisti in questo momento stanno facendo sia dischi sia tour acustici?
Probabilmente si è verificata un'ondata di stanchezza nei confronti di una
tecnologia per molti versi meravigliosa, che ci ha aiutati molto. Io non la
rinnego, nella musica l'ho adoperata moltissimo. È una specie di maniera di
cambiare abito, di sentirsi più leggeri, almeno per me sta funzionando così,
come se molte stratificazioni che si sono appoggiate sulla musica venissero,
almeno per un momento tolte e si volesse respirare un'aria più leggera e
genuina.
Hai scelto ed imposto agli organizzatori, immagino non senza difficoltà, di
tenere i costi dei biglietti per assistere ai tuoi concerti molto contenuti,
come mai questa decisione?
È tutto nato dal fatto di aver visto i ragazzi giovani rimanere fuori dai
teatri. Molti venivano a salutarmi quando arrivavo a teatro poi mi dicevano:
"Guarda ci dispiace noi questa sera non ci possiamo essere, non possiamo
venire al concerto perché costa troppo". Ed era vero! Il pensiero che
fossero proprio loro a pagare, e, pur avendo il desiderio non potevano venire,
mi ha fatto pensare che fosse il momento di agire in qualche modo. Quindi con
l'aiuto della mia nuova agenzia e di tutte le persone che si sono mostrate
sensibili a questo, e ci hanno lavorato, siamo riusciti ad abbassare un poco i
costi. Tant'è vero che il risultato di questa tournée è che finalmente i
giovani sono tornati a teatro, con mia grande felicità.
Non è una decisione da genovese rivolta verso il pubblico genovese allora?
Se fosse stata una decisione da genovese sarebbe andata nella direzione
contraria!!! (ride) Ho dovuto forzare molto il mio animo genovese!
Negli anni '70 - '80 i concerti costavano meno degli ellepi, adesso avviene
il contrario, come mai?
Quando si fanno queste analisi bisogna stare molto attenti. I costi dei
concerti, dell'allestimento qualsiasi esso sia, oggi è altissimo. Quando gli
organizzatori dicono che fanno fatica, è vero, fra trasporti, tasse, annessi e
connessi e vari passaggi, si raggiungono cifre abnormi. Lo sforzo da fare per
abbassarli è grosso. È una decisione che va presa facendo un po' di
sacrificio, il fatto che costino di più è dovuto a questi costi che un tempo
erano più bassi. Io mi sono messo in prima persona ad analizzare i costi di un
concerto e ti assicuro che contenerli non è facile, però è fattibile, ci si
può riuscire.
Due parole sull'imminente festival di Sanremo, tu non hai mai partecipato
come solista se non sbaglio?
Ho fatto l'ospite qualche anno fa nell'edizione di Fabio Fazio. Poi ti dico la
verità, in questo momento non sono molto informato di questo nuovo festival. So
che sarà parecchio diverso dal solito...
C'è una grande assenza di big in gara...
Il che non vuol dire un male a priori. Io sono abituato a non esprimere pareri
sulle cose che non sono ancora avvenute, credo che sarà bene aspettare. Siamo
tutti abituati a dare giudizi preventivi su cose che non si sono realizzate. Non
lo so, se potrò lo guarderò con curiosità e poi ne parleremo.
Dall'alto della saggezza ed esperienza della tua grande carriera di autore e
cantautore tra i più affermati in Italia...
eehh grazie!
...che cosa diresti ad un giovane cantante o cantautore, lo incoraggeresti,
quali sono i consigli che daresti?
Io, ammesso che sia un consiglio gradito, direi di essere sempre assolutamente
se stessi e di non dare retta a nessuno, che sia discografico o qualsiasi
figura. Ho la sensazione che il talento, se c'è, si manifesta soltanto quando
si è completamente se stessi. Anche quando sembra di andare contro alle normali
regole o incontro a delle battaglie. Essere se stessi fino all'estremo, credo
che sia una buona regola.
Hai sentito parlare del Kiss to PACS, la manifestazione
che avverrà tra breve a Roma? Cosa ne pensi?
Certamente! Credo che quando le persone chiedano un riconoscimento giuridico
alla propria intenzione, alla propria linea di vita ed alla propria libertà,
stanno dimostrando di voler essere corretti nei confronti di se stessi e nei
confronti della società. Quindi io guardo sempre con profonda curiosità, ma
anche con profondo rispetto, chiunque cerca le legittimazioni dovute dal proprio
paese, dallo stato in cui vive e mi sembrano sempre battaglie, prima di tutto
degne e poi assolutamente importanti per un paese civile.
Ivano, vuoi aggiungere qualcosa agli utenti di gay.it?
Vi aspetto a teatro e spero che i miei concerti vi divertano e vi piacciano!
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FOSSATI: ASPETTO PAROLE CHE
MI RENDANO FELICE di Marinella Venegoni
"La musica riflette i tempi. Le cose di oggi sono appiattite, involgarite
Ma io spero in nuovi talenti, qualcuno in fuga come al Giro d'Italia"
da La Stampa (12 dicembre 2003)
Si dicono meraviglie del tour acustico di Ivano Fossati, che domani sera
ad Asti chiude la prima tranche per riprendere a metà gennaio e dove bellezza e
leggerezza della musica vanno a braccetto. Fossati, lei ne è, ovviamente,
consapevole.
"Funziona bene. Che sia
bellissimo, non potrei dirlo mai ma c'è una gran bella atmosfera fra noi che
arriva al pubblico: sono cambiate molte persone intorno al gruppo, siamo
circondati da gente sorridente. Non mi ricordo di essermi divertito tanto".
Come mai un tour acustico?
"Ho tolto una bella dose di
tecnologia che mi ero portato dietro per tanto tempo. La musica prende una vita
diversa, da "Lampo Viaggiatore" andiamo indietro nel tempo, facciamo
spettacolo con vecchie canzoni e strumenti impropri: ruote di bicicletta, trombe
di grammofono. La gente si diverte molto".
A proposito di tecnologia: questi auricolari, o le cuffie che utilizzano
quasi tutti ma Springsteen e i suoi mai, danno martirio o sollievo?
"Imiei musicisti le usano ma io non le sopporto. Per me sono un
martirio,
Lei sarà protagonista del Concerto di Capodanno per antonomasia, a Roma con
la sua amica Fiorella Mannoia.
"E' la prima volta che cantiamo insieme dopo 15 anni che ci conosciamo; ci
vogliamo bene e questo riempie il 60 % della ragione del concerto: saranno set
differenziati ma senza interruzione, avremo due band, una parte in comune e un
gran finale con 16 musicisti. Abbiamo la fortuna di avere una bella parte di
repertorio comune".
Aveva mai passato Capodanno lavorando?
"Credo proprio di no".
Facciamo il punto su questa stagione creativa. L'artista vive il proprio
tempo, soffre o esulta alla pari con i suoi simili. Che tempi sono, questi?
"Veramente i migliori di noi soffrono o esultano in anticipo. Comunque
sono tempi difficili, di confusione e disorientamento. Ma se guardiamo le
cronache dei nostri ricordi, credo che mai abbiamo dichiarato una cosa diversa:
ci siamo sempre sentiti in un tempo disorientato; ora c'è qualche forza in più
che va trovata dentro di noi, i tempi sono difficilissimi ma lo erano anche gli
'80 e i '70. Bisogna aver forza, e trovarla dentro. Soprattutto, ci vuole
lucidità: è un bene
prezioso".
L'umore dei tempi influenza la
musica?
"La musica è una sorta di specchio preciso, come il colore
dell'acqua che in realtà è quello del cielo; infatti c'è musica confusa,
appiattita, involgarita. Io sono sempre nell'attesa di grandi talenti, di una
parola nuova bella potente che mi elettrizzi e mi faccia felice: non nego che ci
siano nuovi talenti, aspetto come in un bel Giro d'Italia dei '60 che qualcuno
tenti la fuga".
Ci sono strane esternazioni. De
Gregori ha dichiarato "non mi direi di sinistra, non si mette il timbro su
una ensibilità"; Battiato è andato a cantare alla festa di An, lei hai
detto che si vuoi estraniare.
"Non è proprio un chiamarsi fuori in maniera totale. Io continuo a vivere
nel mondo e nelle idee, in questa società è impensabile tirarsi fuori da
tutto: dal punto di vista delle mie convinzioni non ho ancora i dubbi di altri,
continuo a pensare le stesse cose di 10 o 20 anni fa. Quando ho dichiarato che
avevo bisogno di leggerezza, è perchè avevo addosso troppa
pressione".
Diciamo a Veltroni che può
dormire tranquillo?
"Da questo punto di vista,
sì".
Che cosa si aspetta dal 2004?
"Ho parlato di lucidità non per caso. Una data non può cambiare tempi
e orientamenti, il Capodanno non c'entra. La speranza ce l'ho costante, non
posso sopportare il buon proposito su scala mondiale. Spero che le persone più
capaci riescano ad annodare i fili più dolorosi delle situazioni
internazionali: quelle che ci pesano di più.
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Ivano Fossati: Le mie filastrocche
di Giulia Santerini
(Capital.it 05 dicembre 2003)
- Tour acustico: Fossati dice no a computer, tastiere e programmazioni. E’
così?
- Sì. Lo faccio soltanto adesso, ma non era obbligatorio farlo prima. Mi è
venuto questo desiderio e questa curiosità, di vedere le canzoni diventare un
poco più trasparenti, un poco più sottili.
- Ma è vero che sul palco faranno la loro comparsa ruote di bicicletta,
bicchiere e cineserie?
- Sì, fanno la loro comparsa anche queste cose. Che hanno degli agganci: in
qualche caso sono citazione, in qualche caso c’è qualche aggancio con la
musica colta. Però io non voglio assolutamente che questo sia difficilmente
comprensibile. Io credo che la gente che viene a teatro possa e debba prendere
queste cose anche come un divertimento.
- Lei l’ha chiamato un circo immaginario in cui le canzoni torneranno
sbilenche come filastrocche per bambini. Ma perché cercare e riproporre
filastrocche? Bisogna tornare un po’ bambini?
- Non si tratta di questo. Quando le canzoni si fanno per una questione di
suono un po’ più piccole, è come se riacquistassero la forma più semplice
possibile. Che in qualche caso è proprio la forma della filastrocca. Molte
canzoni hanno una parentela con queste forme molto più stretta di quanto
possiamo immaginare.
- Gaber l’accusò amichevolmente di essere troppo macchinoso. Ora Ivano
Fossati cerca la semplicità?
- Io ci provo. Il consiglio e le parole di Gaber me le ricordo benissimo.
Lui affettuosamente mi spronava ad essere più esplicito. Lui lo era molto e
avrebbe voluto che anche io lo fossi di più. Però ognuno ha una propria
natura. E’ vero però che col passare del tempo ho voglia di essere più
diretto e comprensibile a tutti.
- Il tutto, a un prezzo modico o politico. Una piccola battaglia contro il
‘caroeuro’, oppure davvero il costo dei biglietti, dei cd e dei concerti
toccano le stelle e bisogna finirla?
- Io credo che sia solo una questione di buon senso. Non è un prezzo
politico. A un certo punto si sfiorano i limiti. E i limiti danno dei risultati
negativi di questo tipo: ragazzi che restano fuori dal teatro perché i
biglietti costavano troppo. Questo mi è sembrato un campanello d’allarme
talmente forte che ho pensato di fare qualcosa, abbassando i prezzi.
- Lei sta girando tutta Italia per il suo tour e ama viaggiare. Che gente
incontra ultimamente?
- Mi piace viaggiare dappertutto. Mi piace molto ovviamente girare per
l’Italia. S’incontrano tutte le persone. Tutte le tipologie. Basta mettersi
per strada, mettersi in viaggio e per fortuna s’incontrano tutte le persone,
senza nessun tipo di filtro, di limitazione. Cioè non s’incontrano solo
quelli che ci somigliano. S’incontrano per fortuna anche tutti gli altri,
quindi si parla con tutti. E qualche volta si impara anche qualcosa.
- Molto socratico. Ma lei si sente un po’ filosofo? Mi spiego: in Lampo
viaggiatore lei ha scritto di avere una bottega di filosofia. Poi però ha
spiegato che non vuole enigmistiche doppie letture del testo. Qual è la
semplice lettura: ogni uomo ha una sua bottega di filosofia? E se sì, quella di
Ivano Fossati che dice?
- Quella mia cerca di essere la più chiara possibile oggi. Poi è vero che
ogni uomo ha una sua comunicazione, volente o nolente. Anche inconsapevole.
Ognuno di noi comunica una sua linea di pensiero, nelle cose più banali della
giornata, nelle cose più piccole. Mi pare che ogni uomo, ogni donna sia un
segnale vivente di qualche cosa.
- Lei cosa segnala al momento?
- Io cerco di vivere, se posso e quando mi riesce, comunicando quel poco di
sentimento che io chiamo buon senso. Cerco di segnalare una necessità di
comprensione fra noi tutti, un tipo di comprensione, ripeto, anche semplice,
anche basata sui fatti più o meno quotidiani. Però comprensione mi sembra una
parola importante.
- Sempre in Lampo viaggiatore – mi fermo all’ultimo disco che ha scritto
con i testi. Nel Bacio sulla bocca lei si rivolgeva a una bella più giovane.
Era, è, un nuovo amore vero o virtuale?
- Nel caso della canzone è un incontro sognato, perché nella canzone c’è
uno scenario assolutamente di finzione. Però è anche vero che le cose della
vita reale passano, filtrano nelle canzoni, anche se non vogliamo che succeda,
c’è sempre qualche frammento di vita vera che finisce nelle canzoni. Almeno
nel mio caso c’è.
- Volevo un po’ indagare su Fossati e l’amore, anche se è dura. Saranno
i testi romantici delle sue canzoni, ma lei dà l’idea di essere uno capace di
innamorarsi sempre e comunque, di continuo. E’ così?
- Lo ero. Poi mi sono probabilmente, inconsapevolmente e anche finalmente
autoeducato. Non ci si deve innamorare di tutto, ci si può innamorare di quelle
cose che valgono veramente per te, che hanno un senso, un’affinità forte con
noi. Ma innamorarsi di tutto in realtà, significa non innamorarsi di niente. E
questo mi è parso di capirlo nel tempo.
- E questa è filosofia. Però io parlavo di donne. Amori notissimi. Da Mia
Martini a Nancy Brilli, quale le ha lasciato il ricordo più dolce?
- Devo rispondere che le persone che mi hanno lasciato i ricordi migliori
non sono famose. E quindi a maggior ragione le custodisco con cura.
- Ci ho provato. Passiamo alle donne che hanno cantato le sue canzoni:
ritroviamo Mia Martini e poi anche Mina, Fiorella Mannoia, Patti Pravo Loredana
Bertè, Anna Oxa, la lista è lunghissima. Ce n’è una che ha capito meglio
Ivano Fossati?
- Credo che la persona che ha lavorato di più proprio sulla comprensione
delle cose che ho scritto sia Fiorella Mannoia. Perché, a differenza di tutte
queste grandi interpreti, è l’unica ad aver fatto un lavoro di
approfondimento, di messa a fuoco dei pensieri. Fiorella è un’artista che non
canta nulla che non condivida, cioè nulla che non avrebbe scritto lei.
- Per questo è stata "selezionata"? Se ne parlava da anni ora è
confermato, canterete insieme a Capodanno, a Roma, agli ex mercati generali,
giusto?
- Pare proprio di sì, succederà così. E ne sono molto felice.
- Ma si scrive prima la canzone o si pensa prima all’interprete?
- Ogni autore ha un metodo suo, ammesso che un metodo esista. Ammetto che
delle volte ho pensato all’interprete e mi sono anche divertito. Ad esempio
quando poco tempo fa mi è capitato di scrivere una canzone per Adriano
Celentano.
- Io sono un uomo libero…
- Sì, Io sono un uomo libero. Ho pensato a come l’avevo incontrato, alle
cose che mi aveva raccontato, a come l’ho visto per tanti anni anche vedendolo
da lontano. E’ stato una specie di abito tagliato su misura.
- Ma Fossati si sente un uomo libero?
- Io sì, però devo sempre aggiungere, nel modo in cui ci si può sentire
liberi in un paese occidentale dove gli esseri umani comunque sono legati da
mille e mille fili visibili e invisibili. Dunque siamo liberi di una libertà
relativa.
- Un altro uomo libero: Fabrizio De Andrè. Quante canzoni avete scritto
insieme?
- Abbiamo scritto forse un po’ più di una decina di canzoni. Sono molto
affezionato a "Ho visto Nina volare".
- Un ricordo su tutti con Fabrizio.
- Fabrizio era il senso netto della responsabilità. Lui sapeva bene che
ogni parola che avesse scritto sarebbe stata creduta e questo gli dava anche un
grande peso. Scrivere una canzone poteva prendere anche dei mesi, sapeva che
ragazzi di diciotto venti anni gli avrebbero creduto alle sue parole. Questo gli
pesava molto: ogni aggettivo, ogni termine veniva meditato, veniva pesato. Un
grande insegnamento.
- Lui era un vero filosofo?
- Fabrizio credo proprio di sì.
- Fossati e la capacità o incapacità di ricordare. Ai ricordi ha dedicato
anche il titolo di un disco, Macramè, nel 96. Scriveva e cantava ormai siamo
incapaci di trattenere le cose, i sentimenti, perfino la paura. Ne è ancora
convinto?
- Ne sono sempre più convinto. Facciamo di tutto per cancellare la memoria,
come se facesse paura, come se fosse scomoda. Io invece cerco di tenermela più
che posso. La memoria delle cose viste, delle persone, degli avvenimenti, i
libri letti, gli affetti, di tutto. E anche la memoria delle cose meno belle.
Perché siamo fatti di quello. Gli esseri umani sono fatti di acqua e memoria.
E’ uno dei beni supremi che abbiamo durante questa vita. Non vedo perché
cancellarlo fingendo che sia più leggera di quello che è.
- Lei ha scritto anche "sogno una macchina che riavvolge il tempo".
Ma questo nasconde anche della nostalgia o del rimpianto?
- No. La nostalgia è un’altra cosa, è il sentimento di rimpianto per i
luoghi e mi prende e mi tocca abbastanza poco. E questo sentimento del guardarsi
indietro per rimpiangere non fa proprio parte del mio modo di vivere. Io tendo a
conservarli i ricordi, a tenerli come un bell’album di fotografie belle e
brutte.
- Da sfogliare tranquillamente?
- Esatto.
- Ma non c’è un po’ di paura del tempo che verrà?
- Quella possiamo averla tutti. E’ qualcosa che condividiamo tutti noi,
miliardi di esseri umani su questa Terra e che quindi non è più forte per
l’uno che per gli altri.
- Ivano Fossati e la politica. Canzone popolare è diventata la colonna
sonora dell’Ulivo che vinceva, poi però si è spezzato qualcosa. Lei questa
canzone non la presterebbe più al centrosinistra. E’ così?
- No, io non sembravo, ero consenziente. E’ che un autore non deve fare
quello di mestiere, prestare le canzoni ad una coalizione politica. E’
accaduto una volta, l’Ulivo ha anche vinto, me ne rallegro. Adesso se per caso
cercheranno ancora della musica, ce ne sono anche altri di autori che penso
sarebbero felici di prestare una canzone.
- Insomma, oggi Ivano Fossati una nuova canzone alla lista unica che piace a
Prodi non gliela dà?
- Non è che non gliela do. E’ che non mi parrebbe un’operazione
sensata. Credo che bisognerebbe fare sempre cose nuove. Sia io, sia loro.
- Ma lei si definirebbe un autore impegnato politicamente?
- Io non sono mai stato un artista politico in senso stretto, basta guardare
le mie canzoni.
- Beh, Dieci soldati, Il passaggio dei partigiani…
- Per carità, le ho scritte. Ma sono temi che ho solo sfiorato. Una cosa
che mi pare giusto dire invece è che l’intendimento politico sta in qualsiasi
cosa si faccia. In tutte le canzoni c’è un intendimento, un modo di vivere e
di pensare. Quello effettivamente è politica; vale per me, ma anche per chi
scrive libri o chi fa il cinema.
- Come un vero ateniese: la politica nel senso dell’impegno civile e
morale.
- La politica nel senso del tipo di vita che si mostra agli altri, quello è
un segnale politico.
- A proposito: in ‘Una notte in Italia’ qualche anno fa lei vedeva poco
impegno civile e morale in tutti noi, o mi sbaglio? E la pensa ancora così?
- Era la metà degli anni Ottanta, mi sembrava che una presa di attenzione
fosse necessaria. Poi in realtà c’è stata perché gli avvenimenti che si
sono succeduti l'hanno proprio richiesta, di conseguenza sì, ogni tanto le
canzoni servono a dare un piccolo segnale di sveglia.
- Ma oggi a che livello di attenzione stiamo?
- Insufficiente. Credo che la gente dovrebbe saper analizzare meglio e più
a fondo quello che stiamo vivendo, sia nel nostro Paese, sia fuori dal nostro
Paese. Però bisogna dire che i mezzi di informazione non aiutano in questo
senso.
- Noi stiamo vivendo anche una guerra. Lei si è definito un pacifista
gandhiano. E’ così?
- Sì, è così, anche se non so quanto questa posizione sia oggi
condivisibile e comprensibile. A qualcuno può apparire avulsa dalla realtà. Io
però continuo a pensare che sia una posizione forte quella del rifiuto totale.
- Come direbbe ancora Gaber, lei si sente italiano?
- Certamente mi sento italiano. Ci sono giorni in cui penso che vorrei
vivere da un’altra parte, in un altro Paese. Però poi per fortuna sento che
dentro c’è questa luce che brilla, che mi fa immediatamente tornare a pensare
che non bisogna invece stare accanto al proprio Paese e vivere i passaggi buoni
come i passaggi difficili. Si deve essere in ogni caso felici della propria
terra perché è un bene altissimo quello di poter essere appartenenti ad una
terra nobile, anche nei momenti difficili, anzi soprattutto nei momenti
difficili.
- Gli italiani mettono nei loro telefonini diverse suonerie, fra queste va
parecchio la mia banda suona il rock
. - Ah davvero?
- Le fa piacere o un po’ di orrore?
- Mi lascia per il cinquanta per cento indifferente, per l’altro cinquanta
per cento se non la sento sto meglio.
- Per la canzone o perché non è bello sentirla in una suoneria?
- Perché non mi piacciono le suonerie di nessun tipo. Mi sembrano sempre
dei fatti assordanti e volgari. Poi, se ci sono anche delle note che ho scritto
io, il problema si fa più forte.
- Parlavamo del sentirsi italiani. Lei è nato a Genova. Ma perché Paoli,
Fossati, De Andrè, Tenco vengono tutti da Genova?
- Credo per un caso, esattamente come i cantautori romani vengono da Roma.
- Il mare non c’entra?
- No, credo sinceramente di no. Credo che in un certo momento una
generazione prima della mia, abbia dato questi nomi così importanti,
combinazione, da Genova, poi sono venuti quelli della mia generazione, ora se ne
preparano altri..
- Quella faccia un po’ così però ce l’avete tutti.
- Ci ha letti molto meglio Paolo Conte di quanto siamo capaci di leggerci
noi.
- Perché è un genovese d’importazione. Vi vede spesso, ma da fuori.
- Ci osserva e devo dire che in quelle righe ci ha tratteggiati con grande
maestria, molto meglio di quanto siamo stati capaci di fare noi.
- Io insisto col mare. Lei ha scritto Quei posti davanti al mare. Qual è il
"suo" posto?
- Al di là di tutti i posti del mondo che ho visto rimangono quei trenta
chilometri che vanno da Genova a Sestri Levante. Quello è l’unico posto al
mondo dove posso pensare di vivere.
- Perché?
- Intanto perché ci sono nato e quindi gli imprinting che si hanno da
ragazzini contano per tutta la vita. E poi perché la gente parla come me e
quindi non c’è soltanto il mare, la costa gli ulivi, le colline. C’è anche
un antico appartenere al modo di pensare alla lingua, al dialetto, è molto
importante.
- Diciamo che lei ha viaggiato moltissimo negli Stati Uniti e in Europa e poi
si è ritirato a vivere in un paesino dell’entroterra, giusto?
- Sì, è vero. Per tutti gli anni Ottanta sono stato in viaggio dagli Stati
Uniti all’Inghilterra, alla Russia, al Medio Oriente per registrare i concerti
o altro. E poi mi sono innamorato di un piccolo paese sulle colline liguri. E
non è che oggi viaggio molto meno, però ho un posto caro dove ritornare ogni
volta.
- Una tana?
- La meraviglia di un posto tranquillo, specialmente per uno come me che fa
centinaia di migliaia di chilometri all’anno.
- Ma questo c’entra con la sua battaglia per l’ambiente?
- C’entra sempre, come si sceglie di vivere. Io ho scelto di vivere
rispettando quello che ho intorno, quel poco o tanto di natura che c’è.
Vedere gli scempi edilizi mi fa male, dalle mie parti ma anche in giro per tutto
il mondo, perché questo va detto. Gli scempi ci sono in tutto il mondo.
- Come gli altri genovesi lei rifugge la popolarità. E’ come se le
piacesse la gente, però non il successo, la fama.
- Mi piace molto la gente, però non sono portato per stare sulle pagine dei
giornali né tanto meno in televisione.
- In radio però sì
- Sì, in radio sì. Perché la radio ha questo vantaggio: di farci sentire
ben nascosti. La televisione no, quindi la tivù è un mezzo col quale ho un
rapporto difficilissimo.
- Persino il successo di massa per i dischi però non le piace. Mi spiego
meglio: lei si è vantato di non fare della pedofilia musicale, di non
rincorrere il pubblico più giovane. Ingenuo e spendaccione (questo lo aggiungo
io)
- E’ verissimo
- Cioè lei scrive e non le importa di vendere.
- No, no no, mi importa molto, mi importa di avere il mio pubblico e
soprattutto non mi piace ammiccare ai ragazzi e alle ragazze più giovani con
temi, abbigliamenti e ammiccamenti pensati a tavolino. Io queste cose non le ho
mai fatte e mi auguro di non doverle fare mai.
- Tanto finisce in classifica lo stesso.
- Ci finisco lo stesso anche se magari per un tempo inferiore. E poi, devo
dire la verità, i miei dischi vendono meno di tanti altri artisti italiani più
popolari, però questa cosa non mi dà il minimo cruccio.
- Lei ha scritto anche musica per il teatro e il cinema, in particolare per
il regista Mazzacurati. Com’è scrivere per il teatro e il cinema?
- Mi piace molto. E’ una delle cose che mi diverte di più. Con
Mazzacurati lavoriamo benissimo. Gli devo molto di quanto ho imparato, però io
ho iniziato molti anni prima a scrivere per il teatro. E’ un mestiere
completamente diverso dallo scrivere canzoni. E’ difficilissimo, ma
entusiasmante.
- Le piace andare al cinema?
- Moltissimo.
- Cosa vede?
- Cerco di capire prima se un certo film può essere bello per me. Faccio
qualche piccola ricerca, leggo qualche critica, chiedo agli amici e poi vado al
cinema. Mi è capitato ultimamente di vedere dei film che non sono neanche degli
ultimi giorni. Questa estate ho visto Goodbye Lenin, che mi è sembrato
meraviglioso. Ho visto un bellissimo Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano.
Stavamo provando con i musicisti una sera, siamo corsi al cinema e ci siamo
concessi una piccola pausa. E anche questo è un film delicato che mi è
piaciuto molto.
- Due titoli difficilissimi da recuperare anche nei d’essai. Lei non
pratica nemmeno la pedofilila cinematografica! Senta, ma è vero che al
principio della sua carriera preferiva la musica senza le parole, poi ha
scoperto i Beatles e si è votato alla forma canzone?
- Ma sapete proprio tutto allora! Sì, io ho cominciato quasi bambino a
suonare, amando moltissimo la musica da film, quindi la musica senza le parole.
Compravo dischi di musica classica usati sulle bancarelle, ero un ragazzino che
misteriosamente ascoltava il jazz. Poi i Beatles mi hanno fatto innamorare delle
canzoni.
- Ma per i testi delle sue canzoni lei si ispira anche ai poeti? Chi è il
"suo" poeta?
- Se mai è vero che ognuno ha il proprio poeta io continuo a pensare che il
"mio" sia Montale, io amo moltissimo Eugenio Montale.
- Questo è un consiglio di lettura più facile da seguire.
- Per carità non è un consiglio. Ci sono cose meravigliose da leggere e
poi tutto sommato Montale non è una scoperta.
- Ma è letto poco, tranne che al liceo.
- E’ vero, lo si studia con un po’ di difficoltà, poi non lo si
rilegge. Io lo rileggo con piacere ancora dopo tanti anni.
- Per la musica Ivano Fossati ha lasciato la scuola a sedici 16 anni. E’
vero?
- Sì, sedici, diciassette…
- Troppa passione per la musica o poca per la scuola?
- Tutte e due le cose, sommate determinano questo risultato.
- Sì, credo proprio di sì, anche se ho avuto qualche ottimo insegnante col
quale avrei potuto sperare di fare dei buoni studi in seguito, ma era troppo
forte la passione per la musica.
- Dicono che il giovanissimo Fossati aveva solo una chitarra e un flauto e
trasformò la sua chitarra classica… in una chitarra elettrica. E’
possibile?
- Sì è vero. E’ un’operazione empirica che nel ‘66 aveva senso perché
i soldi per una chitarra elettrica non c’erano. Allora io presi un microfono
da poche lire, lo gettai nella cassa della chitarra e lo collegai a una radio.
Questa cosa mi eccitava moltissimo perché accendendo la radio ascoltavo me.
- Oggi invece ha Radio Capital! Lei suona con suo figlio Claudio. Un ottimo
batterista e percussionista, mi dicono. Quanti anni ha?
- Ha 30 anni e studia da quando ne aveva dieci. E’ un ottimo musicista, è
vero.
- E’ figlio unico?
- Sì.
- Com’è suonare tutti i giorni fianco a fianco con un figlio unico?
- E’ perfetto. E’ un buon rapporto musicale e soprattutto è un buon
rapporto che io definisco addirittura di amicizia, perché ormai giriamo insieme
da talmente tanto tempo attraverso gli studi di registrazione e i teatri, che ci
siamo dimenticati di essere padre e figlio.
- Per questo funziona!
- Forse per questo funziona! Ci siamo dimenticati di altri aspetti che ci
dovrebbero essere. E ogni tanto quando ce ne ricordiamo ci stupiamo tutti e due.
- Sanremo. Lei fu un superospite nel ‘99, storica edizione con Moranti,
Battiato e Cocciante, un’edizione del festival adorata dalla critica.
Quest’anno andrebbe, andrà all’edizione di Tony Renis o preferisce il
controfestival di Dalla Chiesa e compagni?
- Né in un luogo né nell’altro. Ma se avrò tempo lo guarderò. Perché
poi attraverso il festival di Sanremo passa tutta un’umanità profonda , non
ci sono soltanto gli scherzi, i giochi televisivi, le noie televisive, i
pettegolezzi o i commenti. C’è anche la musica. E lì c’è gente che si
gioca moltissimo, sia i giovani, sia i big. Perché comunque sono tutti in
tensione, tutti soffrono per una sorta di scommessa di pochi minuti. Lo so per
esperienza. Per questo ho molto rispetto per tutti i cantanti e li guardo sempre
con questa attenzione.
- Uno dei pochissimi che guarda Sanremo con tanta sensibilità! E del
panorama musicale italiano cosa pensa? Chi uscirà?
- Io non vorrei cominciare oggi, l’ambiente è davvero difficile. Ci sono
dei talenti già delineati, in ordine di tempo uno che mi piace molto è
Pacifico. Forse nei gruppi si nascondono i talenti migliori, ma hanno difficoltà.
Non è colpa loro, è colpa del sistema che ci sta intorno.
- Saluta i nostri ascoltatori?
- Con piacere. Non so come si fa, però.
- Bisogna scegliere una formula. Lella Costa ci ha salutato con una poesia,
Fabio Capello con un consiglio per vincere sempre. Lei ci regali una massima, io
comunque la sento un po’ filosofo.
- No, per carità, non mettiamo l’accento su questo. Io ho bisogno di una
sorta di guida personale.
- Allora un bel consiglio di buon senso, quello della sua bottega di
filosofia, per cominciare a comunicare di più, lei ci ha detto che è
importante.
- Parlare molto, non aver paura di avvicinare le persone, vincere la
timidezza. Ecco, forse l’unico piccolo consiglio che posso dare, io sono un ex
timido, ammalato di timidezza per molti anni. E mi sono reso conto che è
davvero una piccola patologia. Bisogna stare vicino agli altri e parlare anche
quando si pensa che una parola non sia importante, perché se l’aspettano
sempre . Questo facilita tutti i rapporti. E’ una grande e bella cosa che si
può imparare. E si può imparare da soli, senza un tutore.
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“LA CANZONE PARTENOPEA E'
LA PIU' PURA"
Intervi